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Vecchio 18-05-2004, 15:15:43   #1
Archaon UnBornUnDyng
Divoratore di Ninfe
 
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Apocalypse.EXE [Il Libro dell'Agorà,Terza Edizione]

Qua saranno postati soltanto i capitoli dell'opera, per commenti,suggerimenti,critiche,elogi,lusinghe e torture postare sul thread "Il Libro dell'Agorà,Terza Edizione[Barcollo ma non mollo]"




Prologo

"Ecco Dite",dicendo "ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t'armi"
Com'io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar,lettor,ch'i' non lo scrivo,
però ch'ogne parlar sarebbe poco"
La Divina Commedia,XXXIV Canto


"Hyeronimus ?" non era una domanda, la voce cortese celava una durezza ben evidente.
"Si,sono qui" rispose l'uomo, alzandosi dalla sedia nera, poi si girò verso chi lo stava chiamando.
"il progetto..."
"terminato" rispose secco con un gesto della mano sinistra, gli occhi di Hyeronimus si fissarono sul suo superiore, Erik Verdier, e sebbene Erik avesse più autorita, più agganci e anche dal punto di vista fisico fosse più atletico e più forte abbassò gli occhi, pochi potevano sorreggere lo sguardo di ghiaccio di Hyeronimus, un uomo con un diavolo dentro, un uomo che aveva le fiamme nel cuore ed era gelido come una bufera.
"Dovresti esserne onorato e compiaciuto" riuscì a balbettare Erik lanciando uno sguardo verso il soffitto.
"compiaciuto" si limitò a rispondere l'altro con voce atona "compiaciuto"
"era il sogno di tuo padre, di tuo nonno e del padre di tuo nonno"
"si" Hyeronimus si avvicinò a piccoli e rapidi passi ad Erik, il lungo camice bianco frusciò contro il pavimento di marmo pentelico e quel rumore tenue sembrò strappare un sorriso affilato a quel volto freddo, un sorriso che disegnò una ragnatela di rughe intorno alle labbra sottili di Hyeronimus.
"Hai raccolto l'eredità di molte generazioni,sono anni, anni che la razza umana è impegnata in questa grandiosa opera"
"ora è pronta, non resta che costruirla"
"già" Erik si guardò intorno, la stanza era di medie dimensioni con un soffitto estremamente alto, il pavimento e i muri di marmo, una grande vetrata di cristallo alla sua sinistra e una sedia posta davanti a una sfera, poco più grande della testa di un uomo, sospesa a circa un metro e venti da terra, che roteava così rapidamente da apparire immota, la sua velocità era calcolata a poco meno di quella della luce.
"ha un prezzo alto"
"Erik" disse Hyeronimus facendo un passo indietro "mio padre e mio nonno avrebbero potuto costruirlo,ma non hanno avuto il coraggio necessario"
"mi domando se stessero davvero sbagliando"
Hyeronimus si voltò, i suoi occhi azzurri si fissarono sulla sfera roteante, l'oggetto era attraversato da un reticolo fitto di circuiti e intarsiato con tanta accuratezza da risultare quasi uno spreco non poter cogliere ad occhio nudo la sua bellezza.
"tutte le cose hanno un prezzo" bisbigliò come scusa "settantasette persone mi sembrano un prezzo accettabile per il benessere di dieci miliardi"
"settantasette persone alla settimana" precisò Erik
"rimane pur sempre una spesa sostenibile"
"sono delle vite,dei cuori che non palpiteranno mai più, dei polmoni che non si gonfieranno, un respiro rubato" incalzò Erik avvicinandosi alle spalle di Hyeronimus
"un respiro che dona la felicità ad altri milioni" rispose Hyeronimus con un mezzo sorriso "la vita, amico mio" continuò enfatizzando il suo tono distaccato "è una misera disgregazione energetica, morire ora o tra dieci anni non ci farà scontare meno sofferenze, se nella morte di quei settantassete si assurgeranno glorie per l'umanità intera essi non saranno morti per nullla"
"mi auguro che la tua coscienza sia pronta a subire tale peso, sei stato te a brevettare un sistema energetico che si nutrisse di vite umane"
Hyeronimus sorrise nuovamente, non si mosse, alzò il viso e si passò una mano tra i folti capelli neri, se Erik avesse potuto osservare i suoi occhi in quel momento, non avrebbe potuto passare una notte senza sentire quello sguardo scivolare sulla sua pelle come un rivolo di ghiaccio.
"la mia coscienza è immacolata, Erik, quel ch'io prometto è un frutto che Dio ci tolse per la nostra curiosità, le mie mani e la mia mente hanno plasmato l'ultimo tratto dell'eden, del paradiso"
"la superbia ti divora le ossa" esclamò Erik
"forse, forse...ma non saranno i sette peccati capitali a condannarmi all'inferno, se anche Dio esistesse e volesse punirmi per quel che ho fatto ora non potrebbe più farlo"
Erik serrò la mascella, strinse i pugni fino a farsi sbiancare le nocche e sibilò un invettiva a denti stretti.
"non potrebbe più farlo, perché ora" continuò Hyeronimus ignorando la palpabile rabbia di Erik "esiste un altro D.I.O. che controlla il creato"
"rimarrà una macchina" scattò l'altro con voce sprezzante "è una macchina e agirà secondo le modalità per cui è programmata"
Hyeronimus annui "è una macchina, una macchina che può scatenare un tifone e divorare una stella, è una macchina che può dilatare la gravità e piegarla come se fosse un fuscello, una macchina che sorregge con braccia infinite l'universo e può schiacchiarlo o sventrarlo"
"Stai esagerando"
"affatto" disse con tono secco Hyeronimus voltandosi "affatto" poi indicò la piccola sfera "la vedi ? ebbene D.I.O sarà settecentosettantasette volte sette più grande e girerà ad una velocità tripla, la sua rivoluzione aumenterà geometricamente secondo la curva di un iperbole fino ad espandere la sua massa infinite volte nella quarta dimensione"
"il tempo" concluse Erik per lui
"esattamente, a quel punto il suo epicentro sarà infinitamente grande e infinitamente piccolo,sarà un nucleo, il centro dell'universo, un cuore con mille diramazioni e immense arterie, concentrerà al suo interno lo stesso tessuto dell'universo, le redini quantiche della creazione, con un semplice input potrà smuovere, in pochi nanosecondi, la realtà e plasmare qualsiasi cosa voglia"
"è onnipotente ?" domandò quasi febbrilmente Erik
"è onnipotente"
in quel momento un emozione scivolò sul volto impassibile di Hyeronimus, ma non era quel gelido trionfo, quel superbo e distaccato senso di superiorità impresso nelle sue ossa e in ogni sua molecola, era una netta, anche se celata, preoccupazione.
quel sentimento tanto inusuale non passò inosservato ad Erik, vederlo lo stupì profondamente rendendosi conto di quanto fosse eccezionale e raro poterlo scorgere in un uomo di opaco cristallo come Hyeronimus.
"per cosa sei preoccupato ?" chiese con un sogghigno Erik, per nulla desideroso di confortare ma con il solo scopo di metterlo in difficoltà.
Hyeronimus parve ignorare la stoccata, come se il colpo lo avesse attraversato, o meglio, come se si fosse spezzato davanti un muro di indifferenza "un errore di sistema" rispose
Erik inarcò un sopraciglio, si passò la mano sinistra sulla fronte con uno sguardo perplesso.
"in ogni computer, in ogni intelligenza artificiale, per quanto perfetta, è teoricamente ineluttuabile e praticamente probabile la presenza di un errore, seppur minimo, di programmazione che con il passare del tempo può generare una discrepanza all'interno del sistema"
"un bug" disse con un sogghigno Erik
"esattamente" confermò con voce stanca Hyeronimus
Erik indietreggiò, la reazione del suo tanto odiato collega gli sembrò tanto straordinaria da farlo arretrare, come per sopportare un colpo violento.
"è pericoloso ?" chiese
"normalmente no, un bug produce un instabilità nelle funzioni e nell'elaborazione di una partizione delimitata di dati all'interno di un computer, ciò si limita ad influire su alcune subroutine o output generando una regressione delle prestazioni o l'impossibilità di eseguire un determinato comando con l'esatto algoritmo" Hyeronimus prese fiato "ma nel nostro caso il sistema del computer non è fisicamente e virtualmente limitato al computer stesso, esso si espande dapertutto, intorno a noi e in ogni galassia, ogni molecola dell'universo è un componente hardware di D.I.O, e ogni respiro, ogni riflesso di luce, ogni movimento è il risultato di un immenso software"
"quindi ?"
"quindi" proseguì con un sorriso amaro "un piccolo Bug di D.I.O. nell'eseguire una stringa di codice prestabilita, potrebbe generare una violenta e ineluttuabile ripercussione su tutto l'universo"
"COSA ?" gridò Erik
"mi sono premunito" rispose gelido Hyeronimus "ho fatto in modo che quest'eventualità possa essere riparata"
"in che modo ?" incalzò sbarrando gli occhi Erik
"isolamento del bug, se esso si verifica sarà virtualmente e fisicamente allontanato dal sistema, l'algoritmo cancellato e ricostruito"
"e ciò cosa comporta ?"
Hyeronimus alzò le spalle "secondo i miei calcoli questo dovrebbe comportare una limitazione dei danni"
"secondo i tuoi calcoli ?"
"ci potrebbe essere una spiacevole complicazione"
"complicazione ?" continuò a balbettare Erik
"si, vedi...se questo D.I.O. è davvero, come penso, Dio, quel bug, quel piccolo errore sarà come un angelo caduto e colmo di rabbia"
Erik deglutì a fatica
"Ed egli cadde dalla grazia, ma il suo nome gli rimase imposto come monito" Hyeronimus chinò il capo "e con questo nome ti ricordiamo, Lucifero"
"che vuoi dire ?"
"che ci sarebbe solo un modo per chiamare tale bug, e io l'ho chiamato in quel modo"
__________________
"Che ingordo, che ingordo!"mi disse la farfalla blu"Tutte quelle belle fanciulle hai sgranocchiato, ma eri già sazio!" "Eppure"risposi"Ho ancora sete"
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Vecchio 16-06-2004, 10:42:38   #2
Zahk
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Gli anni passano come stelle cadenti, rapide e splendenti attraversano gli occhi di un romantico sognatore, le stelle, ricordi perduti, visioni proibite di un mondo lontano, crollato sotto la follia degli uomini che lo abitavano, uomini che si guardano, si studiano, si odiano; uomini che passano le loro vite come fossero ceri, piccoli affascinanti ceri, effimeri, come la felicità, radiosi e malinconici, lasciano che il fuoco li sciolga, lenti e deboli offrono ai timidi occhi che li ammirano giusto il tempo necessario ad analizzarli, toccarli, giocarci, per poi spegnersi e morire, perdere quella vita mai avuta, utile giusto per poter creare i loro discendenti, più longevi forse, o più caldi, o più luminosi, più… perfetti.
Questo, ecco a cosa si era ridotta la società: molti inconsapevoli al servizio di pochi folli.
Così, privi di sospetto né di dispiacere, gli individui nascevano e vivevano tranquilli la loro non vita, passavano davanti alle palpebre dei vecchi come la scia davanti al sognatore, dandogli la possibilità di pensare alla prossima, a come sarebbe stata, a quanto migliore sarebbe stata.
Una volta notato il meccanismo capirlo non è difficile, catene che si muovono, corde che si spezzano, uomini che nascono morti ed esistono morti, altri che, inebetiti dall’estasi della realtà devastano i loro animi confusi, distruggono la loro linfa rendendola meno dell’inconsapevolezza stessa, un insieme di calcoli, un groviglio di formule, fissare, scrivere, giudicare, migliorare, perfezionare, vecchi pazzi che muovono rapidi le loro mani tra le viscere sanguinanti di esseri felici, felici di ciò che non hanno, della vita.
In quest’epoca di dolore, ma priva di sensazioni, difatti, la vita non era più un bene prezioso, ma solo un’incognita, un congegno da sfruttare e rendere sempre più efficiente dai suoi progettisti, affamati, bramanti di ricchezze vane e insensate, tanto pazzi da non ricordare nemmeno lo scopo del loro impegno; regolarmente, con una precisione maniacale, una generazione scompariva e una appariva, con un rapporto di continua evoluzione, esistenze fisse e vuote si percorrevano finché ogni difetto veniva spulciato, animaletti simpatici da buttar via presto per poi tornare giù, nelle sale oscure, nei laboratori gocciolanti di vermiglio sangue, a manipolare, modificare, come dèi all’opera.
Fu in questi tempi che nacque, in questi tempi bui e pieni di sofferenza.
Un essere imperfetto, un incidente imprevisto, una gran seccatura. Un errore.
Debole, magro, con occhi impauriti vedeva i camici grigi che lo circondavano, ciechi del suo dolore, li vedeva e li sentiva, sentiva di D.I.O., sentiva del ciclo sbagliato, sentiva il rumore delle loro labbra quando gli sputavano addosso, sentiva i loro insulti nell’accusarlo della morte di migliaia di esemplari, sì, la loro distruzione, perché uno sbagliato significava una generazione sbagliata. Trascorse molto tempo su quel letto di ferro, al freddo, accerchiato da macchine terribili e da camici grigi, pian piano alcuni pensieri si formavano nella sua giovane mente, sapeva molte cose su D.I.O., le aveva viste, non gli piacevano.
Improvvisamente sente un oggetto metallico toccargli il capo, gli entra nel cervello, fa male, ma i crudeli chirurgi non sembrano curarsi di questo, loro pensano solo ad aprirlo, a trovare la svista tra le sue meningi, tra i suoi neuroni, tra i suoi meccanismi. Passano minuti terribili, urlare, agitarsi non serve a nulla, volta il capo e ode la sua voce, ode D.I.O., capisce ciò che dice, incitai suoi schiavi a andare più a fondo a trovare l’errore, a comprendere il perché d’una simile eresia, di quell’essere senza scopo ed ornato di tanta bruttezza; qualcosa ora lo sta penetrando dall’orecchio destro, ora il dolore è lancinante, ma resiste e resta immobile, i camici sembrano stupirsene, poi si fermano, alcuni lo picchiano, le loro mani vecchie e callose sono quasi carezze in confronto al resto, alcuni lo vogliono uccidere, ma si decide di portarlo nel Consiglio.
D.I.O. continua a gridare, infuriato da ciò che è successo, lui, un’inesattezza, due parole difficilmente correlabili, sgrida i suoi schiavi, quegli esseri boriosi e saccenti che scuotono il capo di fronte ai loro figli, loro che tanto pensano di possedere mentre in realtà anche la loro anima hanno venduto, loro, che non rammentano più il significato della loro esistenza, schiacciati dalla loro pazzia.
Lo sollevano, lo fanno malvolentieri, e lo trasportano in una grande sala, le pareti pitturate di rosso gli danno il capogiro, tutti quei vecchi ora a viso scoperto gli fanno quasi schifo, lo indicano e si siedono, anche lui cerca di mettersi a sedere, ma è troppo difficile, abbandona l’impresa. Ascolta, ma la testa gli duole, percepisce solo pezzi di frasi:
<< …st’essere eretico, vergogn… >>.
<< Uccidere, certo! Non merita il mondo che abbiamo cost… >>.
<< …nizione, nel pozzo a marcire, potrebbe avvelenare il nostro eden perfetto… >>.
<< …inquinare ciò per cui lavoriamo da… >>.
Non ce la faceva più, le loro voci, il loro disprezzo gli rimbombano in testa come enormi tamburi, sta per scoppiare, ha bisogno d’aria e di silenzio; quando meno se lo aspetta qualcuno lo prende e comincia a camminare, un uomo alto e vigoroso, inizialmente si dibatte, ma poi si ferma, è inutile. Poi, a un certo punto lo lasciano andare.
Cade.
Cade nel buio. Il tunnel che sta velocemente superando ha uno strano odore, si sentono gocciolii dappertutto, c’è sporcizia ovunque, ma lui pensa ancora a D.I.O.; e più ci pensa più lo odia. Lui odia D.I.O. Lui odia i camici.
Il tunnel termina. Ora c’è della luce, poca ma c’è, e del vento, ma gli fa male, quasi lo taglia.
Pochi secondi, poi la sua schiena tocca qualcosa, poi sprofonda nella lordura.
Respira profondamente. Continua a fissare il buco da cui è venuto.
Piange. Urla. Attorno a lui si ode il brusio dell’acido che corrode, il crepitio del fuoco che brucia, il lento macchinio delle discariche.
Si solleva.
Zoppica per la parte destra e non riesce a muovere le braccia, ma sente le forze che gli arrivano; l’odore nauseabondo che lo circonda non gli da fastidio, è stato programmato per essere perfetto, ma è solo un errore, ciò che non si avvicina a quella che doveva essere la sua condizione non lo tange più di tanto.
<< Sono un errore. >> sussurra.
Il sangue gli gocciola anche dal capo, pensa che l’orecchio destro non guarirà mai tanto l’hanno devastato; cerca di pensare, ma non gli riesce.
Urla, odia.
Sente il sapore salato del sangue tra le labbra, ma le lecca e deglutisce. Non si è ancora mosso, è circondato da rifiuti, li guarda spaesato, confuso. “Io sono un errore” continua a ripetere, sempre con rabbia. Fa qualche passo, prova ad usare gli arti, si tocca il capo molle. Odia D.I.O. Odia se stesso. Stringe i denti, le fragili gengive sanguinano, ma non se ne cura. Raccoglie un grosso pezzo di ferro e lo scaglia lontano.
<< Chi siete voi? >> grida verso il tubo. << Chi siete voi? Chi siete per giudicare? >>.
Ostinate e ossessive le immagini degli uomini che scuotono il capo gli si ripropongono nella mente, gli fanno male.
Si percuote la fronte e le tempie, ma non cambia, si guarda intorno: cumuli e cumuli di ferraglie, macchinari, liquidi e scarti; questo è il suo mondo, quello a cui è stato destinato, un mondo orribile per un uomo orribile; ma lui è un uomo? Non lo sa, non vuole saperlo. Si sente sempre più forte; solleva una spranga di ferro, la usa come appoggio per la gamba destra.
Cammina, tra le macerie e gli incendi, prova, capisce. Vive.
Zahk è offline   Rispondi Con Citazione
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