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Bannato
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Gli anni passano come stelle cadenti, rapide e splendenti attraversano gli occhi di un romantico sognatore, le stelle, ricordi perduti, visioni proibite di un mondo lontano, crollato sotto la follia degli uomini che lo abitavano, uomini che si guardano, si studiano, si odiano; uomini che passano le loro vite come fossero ceri, piccoli affascinanti ceri, effimeri, come la felicità, radiosi e malinconici, lasciano che il fuoco li sciolga, lenti e deboli offrono ai timidi occhi che li ammirano giusto il tempo necessario ad analizzarli, toccarli, giocarci, per poi spegnersi e morire, perdere quella vita mai avuta, utile giusto per poter creare i loro discendenti, più longevi forse, o più caldi, o più luminosi, più… perfetti.
Questo, ecco a cosa si era ridotta la società: molti inconsapevoli al servizio di pochi folli.
Così, privi di sospetto né di dispiacere, gli individui nascevano e vivevano tranquilli la loro non vita, passavano davanti alle palpebre dei vecchi come la scia davanti al sognatore, dandogli la possibilità di pensare alla prossima, a come sarebbe stata, a quanto migliore sarebbe stata.
Una volta notato il meccanismo capirlo non è difficile, catene che si muovono, corde che si spezzano, uomini che nascono morti ed esistono morti, altri che, inebetiti dall’estasi della realtà devastano i loro animi confusi, distruggono la loro linfa rendendola meno dell’inconsapevolezza stessa, un insieme di calcoli, un groviglio di formule, fissare, scrivere, giudicare, migliorare, perfezionare, vecchi pazzi che muovono rapidi le loro mani tra le viscere sanguinanti di esseri felici, felici di ciò che non hanno, della vita.
In quest’epoca di dolore, ma priva di sensazioni, difatti, la vita non era più un bene prezioso, ma solo un’incognita, un congegno da sfruttare e rendere sempre più efficiente dai suoi progettisti, affamati, bramanti di ricchezze vane e insensate, tanto pazzi da non ricordare nemmeno lo scopo del loro impegno; regolarmente, con una precisione maniacale, una generazione scompariva e una appariva, con un rapporto di continua evoluzione, esistenze fisse e vuote si percorrevano finché ogni difetto veniva spulciato, animaletti simpatici da buttar via presto per poi tornare giù, nelle sale oscure, nei laboratori gocciolanti di vermiglio sangue, a manipolare, modificare, come dèi all’opera.
Fu in questi tempi che nacque, in questi tempi bui e pieni di sofferenza.
Un essere imperfetto, un incidente imprevisto, una gran seccatura. Un errore.
Debole, magro, con occhi impauriti vedeva i camici grigi che lo circondavano, ciechi del suo dolore, li vedeva e li sentiva, sentiva di D.I.O., sentiva del ciclo sbagliato, sentiva il rumore delle loro labbra quando gli sputavano addosso, sentiva i loro insulti nell’accusarlo della morte di migliaia di esemplari, sì, la loro distruzione, perché uno sbagliato significava una generazione sbagliata. Trascorse molto tempo su quel letto di ferro, al freddo, accerchiato da macchine terribili e da camici grigi, pian piano alcuni pensieri si formavano nella sua giovane mente, sapeva molte cose su D.I.O., le aveva viste, non gli piacevano.
Improvvisamente sente un oggetto metallico toccargli il capo, gli entra nel cervello, fa male, ma i crudeli chirurgi non sembrano curarsi di questo, loro pensano solo ad aprirlo, a trovare la svista tra le sue meningi, tra i suoi neuroni, tra i suoi meccanismi. Passano minuti terribili, urlare, agitarsi non serve a nulla, volta il capo e ode la sua voce, ode D.I.O., capisce ciò che dice, incitai suoi schiavi a andare più a fondo a trovare l’errore, a comprendere il perché d’una simile eresia, di quell’essere senza scopo ed ornato di tanta bruttezza; qualcosa ora lo sta penetrando dall’orecchio destro, ora il dolore è lancinante, ma resiste e resta immobile, i camici sembrano stupirsene, poi si fermano, alcuni lo picchiano, le loro mani vecchie e callose sono quasi carezze in confronto al resto, alcuni lo vogliono uccidere, ma si decide di portarlo nel Consiglio.
D.I.O. continua a gridare, infuriato da ciò che è successo, lui, un’inesattezza, due parole difficilmente correlabili, sgrida i suoi schiavi, quegli esseri boriosi e saccenti che scuotono il capo di fronte ai loro figli, loro che tanto pensano di possedere mentre in realtà anche la loro anima hanno venduto, loro, che non rammentano più il significato della loro esistenza, schiacciati dalla loro pazzia.
Lo sollevano, lo fanno malvolentieri, e lo trasportano in una grande sala, le pareti pitturate di rosso gli danno il capogiro, tutti quei vecchi ora a viso scoperto gli fanno quasi schifo, lo indicano e si siedono, anche lui cerca di mettersi a sedere, ma è troppo difficile, abbandona l’impresa. Ascolta, ma la testa gli duole, percepisce solo pezzi di frasi:
<< …st’essere eretico, vergogn… >>.
<< Uccidere, certo! Non merita il mondo che abbiamo cost… >>.
<< …nizione, nel pozzo a marcire, potrebbe avvelenare il nostro eden perfetto… >>.
<< …inquinare ciò per cui lavoriamo da… >>.
Non ce la faceva più, le loro voci, il loro disprezzo gli rimbombano in testa come enormi tamburi, sta per scoppiare, ha bisogno d’aria e di silenzio; quando meno se lo aspetta qualcuno lo prende e comincia a camminare, un uomo alto e vigoroso, inizialmente si dibatte, ma poi si ferma, è inutile. Poi, a un certo punto lo lasciano andare.
Cade.
Cade nel buio. Il tunnel che sta velocemente superando ha uno strano odore, si sentono gocciolii dappertutto, c’è sporcizia ovunque, ma lui pensa ancora a D.I.O.; e più ci pensa più lo odia. Lui odia D.I.O. Lui odia i camici.
Il tunnel termina. Ora c’è della luce, poca ma c’è, e del vento, ma gli fa male, quasi lo taglia.
Pochi secondi, poi la sua schiena tocca qualcosa, poi sprofonda nella lordura.
Respira profondamente. Continua a fissare il buco da cui è venuto.
Piange. Urla. Attorno a lui si ode il brusio dell’acido che corrode, il crepitio del fuoco che brucia, il lento macchinio delle discariche.
Si solleva.
Zoppica per la parte destra e non riesce a muovere le braccia, ma sente le forze che gli arrivano; l’odore nauseabondo che lo circonda non gli da fastidio, è stato programmato per essere perfetto, ma è solo un errore, ciò che non si avvicina a quella che doveva essere la sua condizione non lo tange più di tanto.
<< Sono un errore. >> sussurra.
Il sangue gli gocciola anche dal capo, pensa che l’orecchio destro non guarirà mai tanto l’hanno devastato; cerca di pensare, ma non gli riesce.
Urla, odia.
Sente il sapore salato del sangue tra le labbra, ma le lecca e deglutisce. Non si è ancora mosso, è circondato da rifiuti, li guarda spaesato, confuso. “Io sono un errore” continua a ripetere, sempre con rabbia. Fa qualche passo, prova ad usare gli arti, si tocca il capo molle. Odia D.I.O. Odia se stesso. Stringe i denti, le fragili gengive sanguinano, ma non se ne cura. Raccoglie un grosso pezzo di ferro e lo scaglia lontano.
<< Chi siete voi? >> grida verso il tubo. << Chi siete voi? Chi siete per giudicare? >>.
Ostinate e ossessive le immagini degli uomini che scuotono il capo gli si ripropongono nella mente, gli fanno male.
Si percuote la fronte e le tempie, ma non cambia, si guarda intorno: cumuli e cumuli di ferraglie, macchinari, liquidi e scarti; questo è il suo mondo, quello a cui è stato destinato, un mondo orribile per un uomo orribile; ma lui è un uomo? Non lo sa, non vuole saperlo. Si sente sempre più forte; solleva una spranga di ferro, la usa come appoggio per la gamba destra.
Cammina, tra le macerie e gli incendi, prova, capisce. Vive.
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