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Scambiati per rapitori di bambini: linciati e bruciati vivi
Città del Messico: va in scena il linciaggio
Tre poliziotti vengono linciati dalla folla davanti a una scuola. Il giorno prima erano state rapite due bambine. Le madri attendevano pedofili o rapitori e non hanno sentito ragioni. Il supplizio è avvenuto di fronte a polizia e tv
di Dolores Alvarez
Anche se sono riusciti a implorare pietà, anche se sono riusciti a dimostrare che erano poliziotti, anche se c'era la stampa, i fotografi, la tv, niente è bastato per salvarli.
Due poliziotti della Pfp (Polizia federale preventiva), Víctor Morales Barrera e Cristóbal Morillo, sono stati bruciati vivi ieri sera in una zona rurale della capitale messicana, San Juan Ixtayopan, dopo di essere stati picchiati (ininterrottamente per quattro ore) assieme a un loro collega, Edgar Moreno.
Gli assassini non erano terroristi, ladri o pazzi, erano un gruppo di mamme e di abitanti scatenati e impauriti, convinti che i tre agenti fossero dei rapitori.
Le autorità avrebbero potuto salvarli. La polizia del Df (Distrito Federal), però, non è arrivata quando la folla cominciava a picchiarli poiché "c'era molto traffico" – come ha dichiarato José Luis Figueroa, commissario della Pfp al quotidiano messicano Crónica. La polizia di Tláhuac, invece, ha raggiunto il posto quasi dall'inizio, ma si è limitata a osservare quel che accadeva perché "aveva paura di incitare la gente ancora di più".
La stampa era presente. Sono stati loro, i giornalisti, a cercare di salvare la vita ai tre poliziotti, esibendo i tesserini della polizia e contattando al telefono i loro superiori. Sono riusciti anche a farli parlare ai microfoni un attimo prima del linciaggio: "Siamo poliziotti della Pfp… stiamo facendo un'inchiesta sui narcotici…".
Qualsiasi fossero state le parole, comunque, non sarebbero bastate. La gente non voleva sentire e si esaltava sempre di più. Tutto è durato a lungo. Chissà quante botte hanno dovuto prendere prima di morire. Edgar Moreno, l'unico che è riuscito a salvarsi poiché si pensava fosse già morto, è stato gravemente ferito e adesso è ricoverato in un ospedale della capitale, il Xoco.
La tragedia è cominciata alle sei di pomeriggio del 23 novembre, ora locale. I tre agenti viaggiavano in una Ford Focus grigia e svolgevano lavori di intelligence di fronte alla scuola Popol Vuh. Due giorni prima, proprio in quella scuola, erano state sequestrate due bambine piccole. Questa è la ragione per cui un gruppo di mamme ha organizzato l'attacco, poiché "li avevano visti fotografare e fare delle registrazioni".
Così 150-200 persone hanno cominciato a prendere a calci la macchina mentre i poliziotti tentavano inutilmente di difendersi. Ma niente è bastato per convincere la folla. "I tesserini sono falsi. Non è vero", ripetevano gridando.
Alle sette, i tre agenti erano già legati a un albero. Mezz'ora dopo sono arrivati 60 membri del Geri (Grupo especial de reacción e intervención) ma anche loro si sono limitati a guardare da lontano. Dopo un'altra ora di aggressioni un uomo è uscito dalla folla e li ha cosparsi di benzina. Poi è stato appiccato il fuoco.
Cristóbal Bonilla e Víctor Morales non si muovevano più. Soltanto in quel momento gli agenti hanno ritenuto opportuno il loro intervento. Nel frattempo, Edgar Morales era stato portato al kiosko del centro del paese dove sarebbe stato appeso per diventare simbolo di una vittoria folle.
Gli altri corpi erano ancora per terra quando, alle dieci di sera, è arrivato il sottosegretario della Sicurezza pubblica, Gabriel Regino, che ha deciso di chiudere le porte di accesso al paese. Tutto era finito quando, finalmente, è arrivata la polizia del Df. Cinquecento uomini e 60 macchine attrezzate per una guerra. Una guerra che, però, era già finita. Una guerra che ha lasciato due uomini brutalmente assassinati, un terzo in ospedale e un popolo di mamme e di cittadini orgogliosi del loro successo.
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