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Vecchio 15-09-2006, 17:11:04   #1
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Il Papa e l'islam

Il Papa che forse ha idee contorte sull'Islamismo e l'Islam ha creato polemiche in mezzo mondo islamico
Insomma, ciò che dice non tocca solo il suo popolo quindi è meglio che sappia quello che dice in futuro


Leader musulmani contro il papa. Le polemiche su ciò che non è stato detto

di Mattia Bianchi/ 15/09/2006

Nuove polemiche sulla lezione del papa all'università di Regensburg. Dito puntato contro la sua riflessione sulla Jihad. Eppure, il mondo islamico discute su versioni distorte, anche grazie a forzature dei media. La precisazione di padre Lombardi.

"Il papa non intendeva dare un'interpretazione dell'Islam come religione violenta”, ma ha solo detto che ”le interpretazioni violente della religione sono in evidente contraddizione con la natura di Dio e dell'anima". Le parole chiare e inequivocabili del direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, pronunciate subito dopo la lezione magistrale di Benedetto XVI all’università di Regensburg, non sono riuscite a produrre alcun effetto. Il testo ampio e articolato del papa sul rapporto tra fede e ragione è stato così ridotto sul piano comunicativo ad un’invettiva contro la jihad islamica, grazie soprattutto alla tendenza di certe agenzie di stampa a decontestualizzare e forzare il significato di discorsi più generali. Adesso, si cominciano a raccogliere i frutti, con ampi settori del mondo islamico in subbuglio che accusano il papa di mancanza di rispetto, invocando smentite e scuse. E il tutto, senza conoscere la fonte originaria, ma semplicemente il tam tam giornalistico che in questo caso, porta con sé un evidente vizio di forma.

Ieri sera, nuova precisazione di padre Federico Lombardi che sottolinea come al Santo Padre stia a cuore soltanto "un chiaro e radicale rifiuto della motivazione religiosa della violenza". "Non era certo nelle sue intenzioni - dice - svolgere uno studio approfondito sulla jihad e sul pensiero musulmano in merito, e tanto meno offendere la sensibilità dei credenti musulmani". Il direttore della sala stampa ricorda anche i moniti lanciati da Benedetto XVI nel suo viaggio in Baviera, affinché "la cultura occidentale eviti il disprezzo di Dio e il cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà". "E’ chiara quindi la volontà del Santo Padre - conclude - di coltivare un atteggiamento di rispetto e di dialogo verso le altre religioni e culture, evidentemente anche verso l’islam". Intanto, le polemiche si diffondono a macchia d'olio, al limite del paradosso.




EGITTO. Benedetto XVI viene accusato di ignoranza in un editoriale del quotidiano governativo al Ahram. Il suo discorso, si legge, “indica una mancanza di comprensione dell'islam e della sua storia e un tentativo di generalizzare a tutti i musulmani un fenomeno legato a una minoranza estremista”. ''Il papa dovrebbe fare una rilettura e una verifica dei fatti per comprendere correttamente l'islam'', rincara Hassan Hanafi, professore di filosofia all'Università del Cairo, secondo cui “quanto sostenuto dal papa è ''comunemente accettato in occidente'', ma l'islam ''non è nato con le armi”. E se Mohamed Habib, numero due dei Fratelli musulmani, parla di dichiarazioni contraddittorie, Fawi Zefzaf, presidente della Commissione del parlamento egiziano per il dialogo interreligioso definisce Benedetto XVI un ''bugiardo'', accusandolo di aver perso credibilità.

PALESTINA. Il portavoce di al-Fatah in Cisgiordania, Fahmi al-Zaarir, condanna senza mezzi termini il discorso del papa perché "non riflette i principi di tolleranza del cristianesimo, veicolati dal messaggero palestinese della Cristianità, Gesù Cristo".

FRANCIA. Oltralpe, invece, la protesta è affidata al capo del Consiglio Francese per la Religione Musulmana (CFCM) che ha chiesto chiarimenti alla Santa Sede. "Speriamo che la Chiesa chiarisca al più presto la sua posizione", ha detto Dalil Boubakeur. "Bisogna stare attenti a non confondere l'Islam, che è una religione rivelata, e l'islamismo che non è una religione, ma un'ideologia politica" ha concluso.

GERMANIA. Aspre critiche sono arrivate anche da Aiman Mazyek, presidente del consiglio centrale musulmano in Germania. "Dopo le sanguinose conversioni delle popolazioni latinoamericane, dopo le crociate, dopo le coercizioni imposte da Hitler alla chiesa, e perfino dopo che Urbano II coniò per primo il termine 'guerra santa', - spiega - non credo che la Chiesa Cattolica possa puntare il dito contro gli estremismi di altre religioni", ha detto. Tuttavia, Mazyek ha precisato che, a suo parere, il pontefice non intendeva dipingere l'Islam come una religione violenta, ma piuttosto criticare l'uso che della religione islamica fanno alcuni gruppi di estremisti.

ITALIA. Critico anche il mondo islamico italiano, con il segretario generale della COREIS (Comunità Religiosa Islamica italiana) e membro della Consulta per l'Islam italiano, Yahya Sergio Pallavicini, che parla di "mancanza di opportunità e di sensibilità nei confronti dei milioni di fedeli musulmani che vivono in Europa e nel mondo''. ''Dall'inizio di questo pontificato - prosegue Pallavicini - è mancato purtroppo un segnale chiaro di disponibilità verso il dialogo interreligioso. Non è stato sottolineato il grande beneficio ottenuto grazie al dialogo tra musulmani, cristiani ed ebrei in alcune fasi della storia in cui si sono realizzate esperienze e sono emersi ragionamenti filosofici, culturali e spirituali condivisi e assai utili da ricordare oggi in Occidente. Modelli che possono isolare qualsiasi forma di integralismo o radicalismo religioso''.

TURCHIA. Una delle posizioni più dure sul discorso del papa è arrivata dal presidente degli Affari religiosi (Diyanet) della Turchia, Ali Bardakoglu, che chiarisce di conoscere il testo solo sulla base di resoconti della stampa. Quello del papa, dice, “è un discorso molto provocatorio, ostile e pregiudiziale. Spero che il discorso non rifletta un'ostilità albergata nel mondo interiore del papa''. E ancora: ''Esso rivela un atteggiamento presuntuoso, viziato ed arrogante di chi sa di avere dietro di sé il potere economico dell'Occidente. Se un uomo di religione o uno scienziato critica la storia di una religione o i membri di quella religione, possiamo discuterne. Ma quando si mette lingua sulle cose sacre, sul Libro sacro e sul suo Profeta questo è segno di arroganza, di ostilità e dà luogo ad una maldicenza che attizza la lotta di religione”. Ma il Gran Muftì si spinge oltre avanzando ombre sul viaggio che il papa farà nel Paese a novembre. ''Il mondo musulmano deve guardare con preoccupazione a questo evento”, ha detto, invocando dal papa una smentita e scuse ufficiali.

ARABIA SAUDITA. Intanto, l' Organizzazione della Conferenza islamica (Oci) ha chiesto alla Santa Sede di chiarire la sua posizione nei confronti dell' Islam. ''L'Oci auspica che il Vaticano esprima la sua vera posizione nei confronti dell'Islam e dei suoi precetti'', afferma, in un comunicato, l'Organizzazione panislamica, che ha sede a Gedda. ''L'Oci spera che questa campagna sorprendente non testimoni un nuovo orientamento del Vaticano nei confronti della religione musulmana, soprattutto dopo decenni di dialogo tra uomini del Vaticano e religiosi e intellettuali del mondo musulmano a partire del pontificato di Paolo VI''.




INDIA. La polemica anima il confronto anche in India, dove vivono circa 120 milioni di musulmani. Uno dei dibattiti più seguiti, riferisce Asianews, è stato quello fra Kamal Farooqui, del Cartello musulmano, padre Tony Charangat, direttore dell’Ufficio comunicazioni dell’arcidiocesi di Mumbai ed editore del giornale cattolico The Examiner e Khalid Rashid, leader sunnita proveniente da Lucknow. Rashid ha accusato il papa di “non aver neanche citato che Islam significa pace” e “di aver taciuto sugli attacchi israeliani in Palestina ed altre forme di terrorismo cristiano". Concetti respinti al mittente da padre Charangat, secondo cui “il papa ha parlato del significato del jihad e della sua giustificazione morale da parte dei musulmani", per dimostrare come "l’interpretazione odierna della guerra santa sia sbagliata”. “Il Santo padre – ha aggiunto il sacerdote – ha voluto chiarire che le giustificazioni invocate dagli estremisti islamici sono sbagliate ed ha cercato di riconciliare il significato originale di jihad con quello oggi frainteso”.

LA PROTESTA SU AL JAZIRA. La lezione di Regensburg ha avuto poi eco sulle Tv satellitari, a cominciare dall’emittente del Qatar, Al Jazira. "Deve ritirare le sue dichiarazioni"; "Parole pericolose, non le pronuncerebbe neanche un bambino delle scuole elementari perché sa che fomenterebbero il terrorismo"; "Si sapeva che questo Papa è schierato con il sionismo mondiale": sono solo alcune delle dichiarazioni pronunciate da esponenti religiosi di diverse nazionalità. Un lungo editoriale della Tv, arriva addirittura a dire che "il Capo della chiesa cattolica ha affermato che il cristianesimo è retto dai principi della ragione, mentre nell'Islam la volontà di Dio non è soggetta alla ragione o alla logica". La stessa emittente ipotizza poi "reazioni non lontane da quelle provocate dalla vicenda delle vignette su Maometto”. Seguono poi le reazioni della la portavoce del ministero degli esteri pachistano, Tasmin Aslam, che da Islamabad ha affermato che le parole del pontefice "riflettono ignoranza dei principi dell'Islam". Per Aslam, i musulmani "sono quelli che hanno fondato le scienze, illuminando un mondo dominato da buio ed ignoranza". "Il discorso fatto dalla massima autorità ecclesiastica dei cattolici – aggiunge Mohammed Kanani, presidente dei tribunali della Sharia sunnita islamica in Libano- è di estrema gravità: sono parole che non pronuncerebbe neanche un bambino alle scuole elementari perché capirebbe che fomentano il terrorismo". E uno dei maggiori leader del partito fondamentalista pachistano Jamiat Ulema-e Islam (Jui), il parlamentare Hafiz Hussain Ahmed: ''Il papa è una personalita' rispettata, non solo dai cristiani, ma anche dai musulmani. Non dovrebbe abbassarsi a proferire affermazioni alla Bush''.

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Vecchio 15-09-2006, 17:17:41   #2
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La bellissima lezione di Benedetto XVI. In rosso la parte "incriminata".
Non vedo perchè dovrei scandalizzarmi per quello che ha detto.

Mi pare che le reazioni dei fascisti islamisti (il gran mufti rientra perfettamente in questa definizione) non facciano che confermare lo splendido pensiero del Papa. Cioè che hanno seri problemi a ragionare.

IL NOSTRO DIO E’ DIVERSO DA ALLAH
Il Papa torna in cattedra, spiega l’identità ebraica greca e cristiana
Pubblichiamo il testo del discorso di
Benedetto XVI tenuto ieri nell’Aula Magna
dell’Università di Regensburg.

E’per me un momento emozionante stare ancora una volta sulla cattedra dell’università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l’Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all’università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c’era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c’era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell’intera università, rendendo così possibile una vera esperienza di universitas: il fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell’unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. L’università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch’esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del “tutto” dell’universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c’era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell’insieme dell’università, era una convinzione indiscussa. Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d’inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi probabilmente l’imperatore stesso ad annotare, durante l’assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così in modo molto più dettagliato che non le risposte dell’erudito persiano. Il dialogo si estende su tutto l’ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull’immagine di Dio e dell’uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le “tre Leggi”: Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano. Vorrei toccare in questa lezione solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura del dialogo – che, nel contesto del tema “fede e ragione”, mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema. Nel settimo colloquio (dialexis – controversia) edito dal prof. Khoury, l’imperatore tocca il tema della jihad (guerra santa). Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. E’ una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il “Libro” e gli “increduli”, egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. L’imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. “Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…”. L’affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. L’editore, Theodore Khoury, commenta: per l’imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest’affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un’opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazn si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria. Qui si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: “In principio era il logos”. E’ questa proprio la stessa parola che usa l’imperatore: Dio agisce con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l’evangelista. L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell’Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: “Passa in Macedonia e aiutaci!” (cfr At 16, 6-10) – questa visione può essere interpretata come una “condensazione” della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi greco. In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo. Già il nome misterioso di Dio dal roveto ardente, che distacca questo Dio dall’insieme delle divinità con molteplici nomi affermando soltanto il suo essere, è, nei confronti del mito, una contestazione con la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso. Il processo iniziato presso il roveto raggiunge, all’interno dell’Antico Testamento, una nuova maturità durante l’esilio, dove il Dio d’Israele, ora privo della Terra e del culto, si annuncia come il Dio del cielo e della terra, presentandosi con una semplice formula che prolunga la parola del roveto: “Io sono”. Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sono soltanto opera delle mani dell’uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con la forza l’adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l’epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell’Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la “Settanta” –, è più di una semplice (da valutare forse in modo poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a sé stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero ellenistico fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio. Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine portò all’affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz’altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazn e potrebbero portare fino all’immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l’analogia e il suo linguaggio (cfr Lat IV). Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l’amore “sorpassa” la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l’amore del Dio-logos, per cui il culto cristiano è λογικη λατρεια” – un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (Rm 12,1). Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l’interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell’Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l’Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.

Fine prima parte.
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"Le sentenze non sono la verità e io da lei non accetterei neanche una sentenza d'assoluzione" [Stefania Craxi ad Antonio Di Pietro]

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Vecchio 15-09-2006, 17:18:26   #3
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Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta della dis-ellenizzazione del cristianesimo – una richiesta che dall’inizio dell’età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma della dis-ellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l’una dall’altra. La dis-ellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati fondamentali della Riforma del XVI secolo. Considerando la tradizione delle scuole teologiche, i riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione della fede condizionata totalmente dalla filosofia, di fronte cioè ad una determinazione della fede dall’esterno in forza di un modo di pensare che non derivava da essa. Così la fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il sola Scriptura invece cerca la pura forma primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa. Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l’accesso al tutto della realtà. La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda nel programma della dis-ellenizzazione: di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack. Durante il tempo dei miei studi, come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma era fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella mia prolusione a Bonn, nel 1959, ho cercato di affrontare questo argomento. Non intendo riprendere qui tutto il discorso. Vorrei però tentare di mettere in luce almeno brevemente la novità che caratterizzava questa seconda onda di dis-ellenizzazione rispetto alla prima. Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso dell’umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un messaggio morale umanitario. Lo scopo di ciò è in fondo di riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo senso, l’esegesi storico-critica del Nuovo Testamento sistema nuovamente la teologia nel cosmo dell’università: teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione della ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell’insieme dell’università. Nel sottofondo c’è l’autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle “critiche” di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali. Questo concetto moderno della ragione si basa, per dirla in breve, su una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per così dire, l’elemento platonico nel concetto moderno della natura. Dall’altra parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l’esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può, a seconda delle circostanze, stare più dall’una o più dall’altra parte. Un pensatore così strettamente positivista come J. Monod si è dichiarato convinto platonico o cartesiano. Questo comporta due orientamenti fondamentali decisivi per la nostra questione. Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercano di avvicinarsi a questo canone della scientificità. Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione. Torneremo ancora su questo argomento. Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina “scientifica”, del cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: è l’uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del “da dove” e del “verso dove”, gli interrogativi della religione e dell’ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla “scienza” e devono essere spostati nell’ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la “coscienza” soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica. In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale. E’ questa una condizione pericolosa per l’umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell’ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un’etica partendo dalle regole dell’evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, semplicemente insufficiente. Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza onda della dis-ellenizzazione che si diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura. Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte della decisione di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell’università e nel vasto dialogo delle scienze. Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: “Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell’irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull’essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell’essere e subirebbe un grande danno”. L’occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così può subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. “Non agire secondo ragione (con il logos) è contrario alla natura di Dio”, ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. E’ a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università. Benedetto XVI

Fine
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Vecchio 15-09-2006, 17:21:59   #4
Indiana_Jones
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Dottor Jekyll E Mr. Hyde...ma siete la stessa persona sdoppiata?

P.S. possibile che l'Islam sia contro tutto e tutti? L'altro ieri gli scrittori infedeli, ieri i nostri soldati, oggi le magliette irriverenti, domani il Papa

Ma campassero un pò in pace e se ne fregassero del resto del mondo.
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Vecchio 15-09-2006, 17:24:00   #5
y2k
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Indiana_Jones
Dottor Jekyll E Mr. Hyde...ma siete la stessa persona sdoppiata?

P.S. possibile che l'Islam sia contro tutto e tutti? L'altro ieri gli scrittori infedeli, ieri i nostri soldati, oggi le magliette irriverenti, domani il Papa

Ma campassero un pò in pace e se ne fregassero del resto del mondo.
a Chi ti riferisci?
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Vecchio 15-09-2006, 17:25:32   #6
IL CONTE
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Indiana_Jones
Dottor Jekyll E Mr. Hyde...ma siete la stessa persona sdoppiata?

P.S. possibile che l'Islam sia contro tutto e tutti? L'altro ieri gli scrittori infedeli, ieri i nostri soldati, oggi le magliette irriverenti, domani il Papa

Ma campassero un pò in pace e se ne fregassero del resto del mondo.
Fanno vittimismo, l'hanno sempre fatto....è una componente dei paesi arabi che si sentono frustrati.
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Vecchio 15-09-2006, 17:25:39   #7
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A voi 2; fate a chi ce l'ha più lungo?

Il post, intendo...(nell'altro vinco io).
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Vecchio 15-09-2006, 17:26:47   #8
Automatic Jack
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Indiana_Jones
Ma campassero un pò in pace e se ne fregassero del resto del mondo.
Molto egoisticamente io mi contenterei di vedere un po' di tolleranza anche da parte loro nei nostri confronti, cosa che fin'ora non s'è vista.
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Vecchio 15-09-2006, 17:28:52   #9
Qoelet
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Il sospetto che la decontestualizzazione e l'attacco a priori per via mediatica sia ormai una pratica consolidata dell'islamismo si fa sempre più fondato.
Ho la forte impressione che l'Islam fondamentalista stia usando i media per spostare i moderati verso le loro posizioni.
E che ci stia riuscendo.
Ottimo Body, come sempre (anche se il "campo" è diverso).
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Vecchio 15-09-2006, 17:29:38   #10
cerberus
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”le interpretazioni violente della religione sono in evidente contraddizione con la natura di Dio e dell'anima"
Quando ho sentito queste parole mi son detto, testualmente... "perlomeno questa volta, nessuno avrà da ridire"...

E invece no... peggio che per le vignette.
Portiamo pazienza.
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Vecchio 15-09-2006, 17:31:11   #11
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IL CONTE
Fanno vittimismo, l'hanno sempre fatto....è una componente dei paesi arabi che si sentono frustrati.
Io invece penso che abbiano paura; hanno paura in primis della parola di un Papa, ma sopratutto paura della possibilità di trovare delle falle nel loro sistema religioso (non che non ne abbiano, anzi personalmente fatico a trovare dei pregi).
Sia chiaro che anche il Papa così facendo dimostra che la gente in qualche modo si stà allontanando dalle posizioni della chiesa e queste sono parole che cercano il riavvicinamento ad essa.

E poi sì, sono un pò vittimisti
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Vecchio 15-09-2006, 17:35:34   #12
Saverione
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Ogni qual volta il Papa apre bocca e' sempre un evento mediatico (il piu' dei casi negativo, mi pare di capire); sinceramente, non e' per dare torto o ragione a nessuno, ma per una -condivisibile o meno- cosa simile mezzo mondo islamico ha da battersi il petto sdegnato?

Puo' essere che tutto e' motivo di discussione o di scontro, tutto e' sempre polemica? Mi sono un po' seccato sinceramente di queste storie, e' davvero la prima volta che dico la mia sull'argomento e lo faccio piu' che altro per sfinimento.
Citazione:
Cerberus
”le interpretazioni violente della religione sono in evidente contraddizione con la natura di Dio e dell'anima"
Quando ho sentito queste parole mi son detto, testualmente... "perlomeno questa volta, nessuno avrà da ridire"...
Effettivamente, questa volta proprio non so dove se la son andata a cercare la causa del contenzioso...
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Ultima modifica di Saverione; 15-09-2006 alle 17:38:20
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Vecchio 15-09-2006, 17:48:11   #13
Zoroastro
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Che hanno da lamentarsi?
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Vecchio 15-09-2006, 17:50:03   #14
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Che hanno da lamentarsi?
Attento a non distinguere "noi" e "loro" perchè poi qualcuno si offende
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Vecchio 15-09-2006, 19:24:48   #15
Marcus85
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Per una volta, non mi sento di criticare quanto detto da Ratzinger, almeno non in questa occasione.

E ha ragione in effetti chi contesta l'eccessivo vittimismo di certi paesi arabi. Meglio sarebbe stato evitare inutili strumentalizzazioni e polemiche.

Il problema sorge al più nel momento in cui le parole si traducono in atto -id est, in ritorsioni economiche, o politiche- come poi di fatto accadde nel caso delle vignette su Maometto. Ma almeno in questo caso la colpa non è dello ierofante vestito di bianco.
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Repubblica della nuova Atlantide 1,2,3

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Ultima modifica di Marcus85; 15-09-2006 alle 19:26:49
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