Da tempo sto scrivendo un libro, questo è il suo inizio, volevo da voi un giudizio sincero su come vi sembra.Tenete conto che l'ho riletto solo una volta, per ora, e devo ancora fare il correggione.
CAPITOLO 1(introduzione)
...Allora, all’alba del nefasto primo millennio, l’Impero cadrà infine nel caos. Nessun ordine regnerà, e Doras non verrà più ascoltata. Il sacro medaglione nessuno indosserà, il dorato trono nessuno siederà, se l’ordine non tornerà. La speranza, solo quella rimarrà.
Erano ormai passate due ere, e molti secoli, da quando la prima Imperatrice-Guerriera, Fiorisa, indossò quel medaglione, simbolo del potere del regno delle Imperatrici, e diede inizio a quella dinastia che ancora oggi regna nell’Impero d’Oro. Centinaia di anni da quando il Dio Sirius, mediatore del Bene e del Male, si accoppiò con Fiorisa, e sognò quella profezia che, oggi, giorno della Gran Gloria dell’anno 1001 della Seconda Era, simbolo dell’inizio della dinastia delle Imperatrici, si è avverata.
A Doras, capitale del secolare Impero d’Oro, sorgeva oggi il giorno della Gran Gloria, primo giorno dell’anno 1001. Insieme a questo fastoso giorno, sorgeva, però anche un cielo cupo. A palazzo, un gran numero di cortigiani, nobili, e cavalieri, si raggruppò intorno al letto dell’Imperatrice Alessia, stanca e ammalata, morente prematuramente, di una malattia assai rara, che l’aveva colpita a soli 30 anni. Alessia, stesa sul letto, con voce soave e, con un volto ancora regale, riusciva ancora a dire poche parole –
“Miei fedeli amici, vi chiedo un ultimo, piccolo favore. Uscite dalla stanza e lasciatemi sola.” Mentre tutti uscivano dalla stanza l’Imperatrice disse –
”Tutti tranne te, mio fedele Akatosh.”
Un uomo si fermò di scatto. Era un individuo sulla cinquantina, ma ancora arzillo, con una gran barba bianca, che gli arriva fino al petto, pettinata in modo che rimanga a punta. Era vestito frugalmente, con semplici vestiti blu di seta, e un turbante bianco avvolto in testa, con un colorito orientaleggiante, con un tipico portamento regale. Si trattava di Akatosh, Governatore delle terre civilizzate dell’estremo ovest dell’Impero, e vassalle delle Imperatrici dall’inizio della Seconda Era, cioè da quando l’Impero d’Oro vinse la Grande Guerra contro gli Orchi del nord.
“Eccomi mia Imperatrice” – disse Akatosh.
“Mio fedele Akatosh, mio più grande vassallo e fedele cavaliere, siediti vicino al mio letto.”
Akatosh fece per sedersi e accese un lumino, poichè il tardo pomeriggio iniziava a smorzare le luci del poco sole che c’era in quella giornata invernale.
“Akatosh, ti devo dire una cosa. Tu sai bene che io non vivrò ancora molto. La profezia, tu lo sai meglio di me, si è avverata, o meglio, si sta avverando.” –
“Mia signora, io non penso...” –
Alessia lo interruppe –
“No, per favore, sappiamo benissimo tutti e due che è così. Non devi preoccuparti di dirmi la verità.” – e continuò – “A questo proposito, io ti voglio chiedere che tu compia per me un’ ultima... chiamiamola missione” – L’imperatrice improvvisò un sorriso, mentre Akatosh rimase terribilmente serio –
“Qualsiasi suo desiderio, mia signora” –
La sovrana smise di sorridere, e guardò verso il fondo del letto, con un’aria rattristata “Tu sai bene, Akatosh, che io non ho eredi” –
Anche Akatosh ora rivolse il suo sguardo verso il basso, dicendo: ”Questo è ciò che diceva la nefasta profezia, mia Signora” – “Ebbene, la mia ultima richiesta per te... AH!” – Alessia chiuse gli occhi per un momento e sistrinse la pancia con le mani –
“Mia signora!” Esclamò Akatosh.
Alessia tossì rumorosamente, ma si riprese ben presto –
”No, no, va tutto bene Akatosh” – e, con voce più bassa e roca “Maledetta malattia” e riprese – “Come è tradizione dell’Impero la sovrana deve essere femmina. Sappiamo bene che io ho solo due fratelli, Costantino e Matteus. Il tuo compito sarà andare da loro e dirgli il nostro segreto”
Akatosh, con voce dubbiosa, disse –
“Mia signora, pensa che i due giovani principi prenderanno bene il fatto che Lei abbia una figlia illegittima?” –
“Non preoccuparti, li conosco, sanno rimanere calmi in qualsiasi situazione. Piuttosto” – e la Sovrana si fece ancor più cupa –
“Non so come prenderanno la notizia della mia morte, una volta che glielo dirai” –
“In ogni caso, mia signora” – disse con fare sbrigativo Akatosh, non voleva sentire quei discorsi –
“Dove troverò i giovani rampolli?” –
L’Imperatrice si risollevò sul letto –
“Nove anni fa li mandai in missione nelle terre del nord, a tentare di fermare le feroci scorrerie degli orchi provenienti dalle montagne al di fuori dei confini dell’Impero. Loro non sanno, ora come ora, della mia attuale condizione, a causa delle difficoltà da parte dei messi a giungere da quelle parti. Ebbene, tu dovrai raggiungerli, e informarli del mio attuale stato. E dirgli di ritrovare la mia unica figlia. Digli anche” – e la sovrana si avvicinò ad Akatosh –
“Digli anche che non devono fallire, in gioco c’è il futuro dell’Impero” –
“Inoltre” – aggiunse Alessia – “dovrai, per mezzo delle tue mani, incoronare la Principessa, futura Imperatrice, qui a Doras” –
Akatosh si alzò in piedi, prese la sua sciabola che aveva appoggiato per terra ed esclamò –
“Mia signora, farò il possibile, anzi l’impossibile perchè vada tutto bene!”
Alessia lo guardò, e disse, con voce molto calma e sicura–
“Mio fedele, sapevo che non mi avresti deluso!”
Akatosh si avviò verso l’uscita del grande palazzo reale. Pensava ai grandi fasti che un tempo decoravano gli interni del palazzo, in occasione dell’incoronazione di ogni nuova Imperatrice. Non era, infatti, mai capitato che un’imperatrice morisse senza lasciare eredi femmina. Mentre passava per i corridoi regali, Akatosh osservava quei grandi muri, che quel giorno sembravano tanto cupi, mentre per le stanze c’erano ben pochi cortigiani, e, se ne trovava, tenevano gli occhi verso il basso, rattristati da quel futuro quanto mai incerto ed insicuro.
Akatosh in un men che non si dica si ritrovò all’esterno, sopra la grande scalinata che si affacciava sulla capitale, Doras. Ai suoi fianchi due Lame d’Oro, le personali e fedelissime guardie dell’Imperatrice. Si chiese se avranno ancora una ragione di esistere. Akatosh scrollò la testa. Non voleva pensare a certe cose, avrebbero messo a rischio l’intera missione, immaginava.
Akatosh si diresse verso le scuderie del palazzo, a prendere il suo splendido cavallo, Felix. Era un ottimo cavallo, della famosa razza chiamata Felici, per la grande intelligenza di questi animali, che proveniva Dalla Grande Vallata, il Regno vassallo dell’Impero di cui Akatosh era il Governatore. Montò in sella e si diresse verso il portone est della cinta muraria che avvolgeva il palazzo. Era una cinta poderosa, risalente alla prima Era, e perfettamente circolare, come Doras, che si erigeva su un’isola in mezzo ad un fiume, l’Edoras, che prende il nome dalla città.
Mentre cavalcava, Akatosh pensò di andare verso l’arena cittadina, dove combatteva un vecchio amico, molto abile per quanto riguardava le spade. Gli doveva un favore, un grande favore, e quello era il momento di estinguerlo, pensò.
Arrivato nel quartiere est della città, quello in cui risiede l’arena, iniziò a nevicare. Poco dopo Akatosh sentì un forte colpo all’altezza
della cintura, e vide un uomo correre via davanti a sè, con un
borsellino in mano. Precisamente, il borsellino di Akatosh. Quest’ultimo lanciò all’inseguimento Felix, che guadagnò ben presto il terreno perduto, visto che il ladro era appiedato, ma il misterioso ladro incapucciato prese un viottolo tra due palazzi, in cui Felix non poteva passare. Akatosh scese e di corsa si avvicinò al ladro, che si girò e gli sferrò un poderoso pugno. Akatosh sanguinava appena dal naso, ma non rinunciò alla corsa e all’inseguimento –
“Maledetto bastardo, adesso le paghi tutte!” – esclamò Akatosh, e con un formidabile e velocissimo colpo della sua spada ferì alla gamba il ladro, che cadde a terra, toccandosi la ferita.
“Non hai via di scampo, farabutto” – disse Akatosh puntandogli la sciabola, ma, proprio mentre usciva di bocca l’ultima parola, il ladro prese la spada, ma un movimento della mano sinistra di Akatosh, e un misterioso lampo di luce rossa lo bloccarono. Il tutto avvenne nel giro di pochi secondi. –
“N- non riesco a muovermi” disse il misterioso individuo –
“Certo” disse Akatosh, e aggiunse –
“Merito della BloccArmus, una magia che niente... Un momento!” – Akatosh strabuzzò gli occhi e abbassò di pochi centimetri la spada “Gorn!” urlò Akatosh, e abbassò del tutto la spada. Il ladro aggrottò le sopracciglia e all’improvviso disse “Tu... Akatosh” Si rialzò a fatica, per via della ferita, in piedi, notò che era anche finita la magia paralizzante. Gorn balbettò qualche parola “Io... Io non avrei mai immaginato, cioè... tu capisci, non potevo sapere”
Con la stessa velocità di prima Akatosh scagliò un incantesimo con un lampo verdeggiante verso la ferita sanguinante di Gorn, e questa si rimarginò –
“Lascia perdere, tanto ero venuto proprio per te”. Akatosh sorrise e offrì la mano a Gorn. Quest’ultimo era strabiliato strabiliato per le due magie –
“Ma come hai fatto, mio buon Akatosh?” – Akatosh si limitò a dire – “Proprio te non hai mai visto una magia? Da un combattente dell’arena imperiale questa non me l’aspettavo. Mi hai proprio deluso vecchio mio” ridendo e incamminandosi verso Felix. Ma, diventando all’improvviso più cupo, Akatosh aggiunse – “Comunque, ora dico sul serio, mi hai veramente deluso, Gorn” – L’improvvisato ladro capì perchè, e abbassò gli occhi. Akatosh continuò – “Dopo 10 anni dall’ultima volta che ci siamo visti, nella città di Montiria, mi aspettavo che fossero cambiate molte cose, ma che iniziassi a rubare proprio no” – alla parola rubare, una guardia imperiale che passava vicina ai due si girò e si fermò per un istante, ma poi continuò per la sua strada.
“Cosa ti ha spinto a intraprendere un percorso simile, Gorn?” – disse Akatosh, staccando gli occhi di dosso alla guardia e salendo insieme al suo compagno in sella a Felix – Gorn rispose –
“Un mucchio di cose. Cosa ne dici se ne parliamo davanti ad Sidrovino in una taverna? Ne conosco una nel quartiere dei mercanti che è una cosa favolosa, tra l’altro l’oste è mio amico, ci farà di sicuro uno sconto!” –
“Eh eh, almeno su questo aspetto sei sempre lo stesso, vecchio mio” – esclamò Akatosh, e aggiunse –
“Vai, Felix, corri come il vento!” – il cavallo rispose con un bel nitrito, e correndo in mezzo alla neve, che scendeva sempre più fitta, e che iniziava a ricoprire alberi, e tetti.
Gorn era un uomo sui trent’anni, in buona salute e molto forte. Alto poco meno di Akatosh, di più azzeccato aveva solo l’umorismo.
Arrivati alla taverna, vicino ad un grande palazzo per il mercato, Akatosh parcheggiò il suo cavallo accanto a quelli di altri, nella sera che sopraggiungeva sempre di più.
“Vedrai che accoglienza, io e l’oste, Jacopo, siamo amici di vecchia data!” disse con tono allegro Gorn all’entrata. Akatosh si limitò ad un grande sorriso. Chiudendo la porta rumorosamente cigolante, l’ambiente che si presentava davanti ai due era caldo e denso di odori e sensazioni. Al naso di Akatosh, mille odori si annusavano: birra, sidrovino, zuppe e piatti caldi a base di carne. Il locale era ricco di gente di tutti i tipi: dai giocatori d’azzardo, tipicamente volgari sia nell’espressione che nei comportamenti, ai ragazzi che bestemmiavano e parlavano di ragazze fra loro, ai bevitori singolari, all’immancabile, in una taverna che si rispetti, ubriaco creatore di confusione generale. Non si poteva dire che l’arredamento fosse però ricco: tutto il mobilio, comprese le pareti, era esclusivamente di legno, consumato in certi punti, e al muro appesi alcuni trofei: due cervi e un cinghiale, niente di più. In fondo alla stanza, sulla
sinistra, una finestrella e al centro una scala a chiocciola che portava alle stanze. A sinistra, poco oltre l’entrata, il bancone con dietro l’oste, intento nel pulire un bicchiere. L’oste era un uomo moderatamente grasso, con una tipica faccia da bevitore, dura e grossa, sulla punta del naso un colorito leggermente rosaceo.
“Jacopo! Amico mio! E’ da un pò di tempo che non ci si vede, eh?” urlò Gorn, per farsi sentire dall’oste. Jacopo, l’oste, si girò e quando vide Gorn cambiò improvvisamente espressione, diventando chiaramente seccato dalla presenza di Gorn. Infatti, lanciò il bicchiere verso Gorn, che si abbassò di scatto e fece infrangere il grosso bicchiere da birra contro la porta.
“I miei soldi!!” – ruggì Jacopo –
“Dove sono i miei soldi?!” continuò urlando l’oste. Nel frattempo un manipolo di uomini si era girato ad osservare la scena, e ad incitare rissa. Tutti gli altri presenti erano, evidentemente, troppo impegnati ad ubricarsi o a scommettere per dedicarsi alla scena.
“Bè, vedi Jacopo, il fatto è che non ho avuto tempo, sai...” – Gorn non fece in tempo a finire il balbettio che costituiva la frase, che Akatosh urlò un poderoso –
“Silenzioooo!!” – all’istante ogni forma di rumore nella stanza, fatta eccezione per gli ubriachi, che commentavano a modo loro incuriositi la scena, scomparve. Akatosh prese per un braccio Gorn e lo portò, con fare veloce, vicino al bancone e lo mise di fronte a Jacopo, separati solo dal banco. –
“Devi dei soldi a questo signore, Gorn?” – disse Akatosh con voce improvvisamente calma e pacata, guardandolo negli occhi. – “Bè, in un certo senso...” – Gorn non fece in tempo a finire la frase che Jacopo urlò un – “Si!” – deciso.
– “Quanto, Gorn?” – replicò Akatosh, con la stessa calma di prima – “12 Reali d’oro!” – abbaiò Jacopo prima che Gorn riuscisse a dire una parola. Gorn arrossì, ed improvvisò un patetico sorriso verso Akatosh. Quest’ultimo spalancò i suoi piccoli occhi verso Gorn, ma ben presto riprese la sua solita calma e disse –
“Bene, Gorn, paga l’oste”. Lo sguardo dell’oste diventò preoccupatamente avido verso Gorn, e non riusciva a tenere ferme le mani sul bancone, che fremevano sul tavolo. Gorn arrossì fino a sembrare un peperone e guardò verso il basso. Riuscì a malapena a dire –
“Bè... al momento, diciamo che sono a secco” –
“Me lo immaginavo, niente di sorprendente” – ammise Akatosh.
Quest’ultimo mise una mano in tasca e ne ricavò svariate monete di
tutti i tipi –
“Vediamo un pò... dieci... dodici... Ecco qua. Dodici
Reali!” esclamò Akatosh. Jacopo le prese ad una velocità fulminea,
e con sorprendente cambio di umore sistemò perfino gli sgabelli ai
due. –
“Cosa posso servirvi? La nostra casa ha un pò di tutto, e delle
migliori qualità!” – disse Jacopo. Gorn, con rinnovato vigore e con
un grande sorriso soddisfatto ribattè –
“due Ombre di Sidrovino!” –
Jacopo prese due bicchieri dalla forma bombata alla base piuttosto
grandi, le Ombre, e servì un liquido rossissimo e caldo ai due, e si
allontanò verso un tavolo. I due bevettero un sorso e Gorn, con del
Sidrovino ancora in bocca disse, senza risparmiare Akatosh di
qualche sputo –
“ Grazie Akatosh” –
“Figurati, c’era da aspettarselo...proprio grandi amici eh?” rispose Akatosh –
“Ma veniamo a noi” – disse Akatosh incupendosi improvvisamente e continuò – “Come mai ti sei ridotto a rubare, Gorn? All’arena avevi soldi, donne e fama.”
Gorn ribattè “Bè, negli ultimi tempi, da quando l’Imperatrice si è ammalata, la città si è.... come dire... bloccata. Quasi nessuno veniva più all’arena e ben presto finì il lavoro.” – Gorn, finendo con un ultimo grande sorso il suo Sidrovino, continuò –
“Non trovai nessun altro tipo di lavoro, e una volta provai a fare.... bè tu sai cosa. Ed eccoci qua. Ma dimmi, amico mio, come mai sei tornato a visitare il tuo vecchio Gorn?” –
Akatosh rispose, facendosi serio –
“Ti do la possibilità di redimerti con l’Impero. Ho... abbiamo un grande incarico. Ma prima di parlartene dovrai dirmi se mi seguirai in una missione che può essere dura, pericolosa, e mortale per entrambi. Cosa rispondi?” –
Gorn, senza troppi indugi, esclamò –
“Certo! E me lo chiedi anche? Dopo quella volta che mi hai salvato da quel leone, nel tuo regno, La Grande Vallata, ti devo...anche due favori!” –
“Bene, sapevo che potevo contare su di te, Gorn” – Disse con voce soddisfatta Akatosh, e continuò, improvvisamente più serio –
“ Dobbiamo andare nelle terre del nord, a cercare e trovare i due fratelli dell’Imperatrice. Ci dirigeremo ad est, attraverseremo il passo sulle montagne di Raghilia, unica via di accesso per la pianura di Montiria, e proprio in questa città ci fermeremo nuovamente, per trovare un mio vecchio amico. Sperando di riuscire a passare” – Gorn a quelle ultime parole prese un’espressione dubbiosa –
“Sperando di riuscire a passare?” – Akatosh abbassò lo sguardo – “Si, sperando. Da alcune decine di anni le ribellioni nell’Impero spuntano come funghi. I deserti del sud reclamano l’indipendenza, con capitale a Nekewish, stessa cosa il Governatorato del nord. Inoltre, gli hashishin ad ovest invadono il mio Governatorato, e a Nord i selvaggi orchi razziano e distruggono interi villaggi, bramosi di recuperare le loro terre d’origine, ovvero le inospitali montagne di Lors, al confine ,e le loro ricche miniere di Superacciaio. Come se non bastasse, perfino il civilizzato Governatorato di Montiria reclama il diritto al trono, al momento della ormai prossima morte della Sovrana, con a capo il suo Govenatore, Alamos.” – Gorn ribattè –
“E allora? Certo, tutto ciò è molto triste, ma non rieco a capire come possa ostaclare il nostro viaggio.” –
“Purtroppo” – rispose Akatosh – “Il governatorato di Montiria, per ordine di Alamos, non lascia passare la gente proveniente da Doras. I suoi soldati controllano il passo.” – Gorn assumette un’espressione proccupata –
“Capisco. In tal caso dovremmo...” – Akatosh lo interruppe – “Dovremmo passare per le inospitali terre del Governatorato dei deserti, a sud di Montiria e delle montagne di Raghilia, che circondano Montiria, tranne a meridione. Da li potremmo passare con facilità. Certo, neanche la saremo i benvenuti, però.” – Gorn diventò nuovamente dubbioso, e chiese –
“Ma scusami, amico mio, perchè dovremmo passare per forza per Montiria? Non potremo dirigerci direttamente al Nord?” –
“No, ovviamente! Pensi che sarei così sciocco da fare tutte queste tribolazioni se fosse così facile? Dobbiamo passare a prendere a Montiria un mio amico, che studiava all’accademia di Arti Magiche qua a Doras con me. Lui ci sarà di fondamentale importanza.” – ribattè Akatosh. –
“Se lo dici tu, vecchio mio, mi fido.”
Fuori nevicava sempre di più, tanto da imbiancare tutta la splendida città. Akatosh si avvicinò alla finestrella, che guardava verso il palazzo reale, per guardare fuori, oramai era una tempesta, pensò.
Tutto era bianco, Doras sembrava addormentata. Nel bianco velo di neve che ricopriva tutto, un grande stendardo rosso, con ricamati i simboli dell’Impero, una spada e un libro, ruppe la calma piatta dell’ambiente esterno. Akatosh capì al volo cosa significava. L’Imperatrice era infine morta. Per la prima volta in decine di secoli, l’Impero era senza Sovrana. Almeno, solo ufficialmente era così, sapeva Akatosh. Ora, la sua missione era di importanza vitale, per sè stesso, per tutti, per il mondo intero.
Anche Gorn capì, avvicinandosi ad Akatosh –
“Ed infine è successo, vero amico mio?” –
“Era destino, o meglio, profezia.” – ribattè Akatosh. Alla parola profezia, Gorn guardò dubbioso Akatosh. Quest’ultimo gli disse – “Lascia perdere, per ora, siamo entrambi stanchi. Prendiamo due camere e dormiamo. Domattina partiremo presto, e allora ti spiegherò tutto.” – Akatosh gli sorrise, e si diresse verso la scala a chiocciola. Ora tutto dipendeva da un mago, un combattente, e due giovani Principi, che non sanno nemmeno quello che li aspetterà.
In tutto sono poco più di 5 pagine in formato Royal, questa è più un itroduzione che un capitolo vero e proprio. Ciao!