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Col cuore in Giappone
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The Who: cronaca di un delirio
Erano lì ad aspettarci, proprio nel momento in cui io e Firyaquen ci piazziamo davanti al cancello 13 dell'arena. Erano lì a dirci che gli Who volevano vederli anche loro. Erano le nuvole, basse e minacciose, che in giornata proprio non si erano fatte vedere. Nemmeno loro volevano mancare all'EVENTO. Cinque generazioni di persone accalcate davanti all'Arena, dal sessantenne con 3 capelli in testa (rigorosamente lunghi fino alle chiappe), al bambino di 5 anni, con 4 ragazzi che hanno appena pisciato su un cubo di cemento ritratti sulla sua maglietta. Potere degli Who.
Alle 20.15 siamo dentro, il tempo sembra ancora tenere. Arriva un trio americano che fa da opener agli Who, 3 capelloni che scaldano l'atmosfera con un onestissimo hard rock-blues. “The Who will be next”, annuncia il frontman. Se dicevi “Who's next” eri senz'altro più appropriato, penso io. “We are so proud to be here with The Who”, prosegue. Un fragoroso “Egraziealcazzocimancherebbeancora” scivola dalle mie labbra.
Arrivano ventate di aria umida...brutto segno, anche se sembra che le nuvole si siano un po' allontanate.
Verso le 21.10 eccoli: Roger inizia a mulinare il microfono, Pete imbraccia una Fender biancorossa e attacca subito I Can't Explain. L'impatto è straordinario, Daltrey non tocca ormai più gli acuti che l'hanno reso celebre, ma si difende egregiamente, non lasciando intuire nulla di quello che sarebbe avvenuto di lì a poco. Subito dopo incalzano The Seeker e Substitute, mentre alle spalle della band quattro schermi distinti si fondono in uno soltanto che proietta immagini del periodo Mod della band e i ritagli di giornale di quel periodo.
Dall'ultimo album “Endless Wire” parte la opener Fragments, con l'inconfondibile apertura di Baba O'Riley suonata diversamente, quasi un auto-omaggio. “Now we're gonna play Who You Are”, annuncia un Townshend che si dimostra subito in formissima, inforcando i suoi tipici occhiali da sole e sbagliando pure il titolo della canzone. E' infatti Who Are You? a risuonare tra le millenarie mura dell'Arena. I ragazzini pensano a una cover tributo a C.S.I. E' un momento eccezionale.
Dietro al duo Daltrey-Townshend vi sono il bravo session-man Pino Palladino al basso, il fratello di Pete, Simon, alla seconda chitarra, John “Rabbit” Bundrick alle tastiere e Zak Starkey (figlio di Ringo Starr) alla batteria. A quest'ultimo l'ingrato e impossibile compito di non far rimpiangere Keith Moon. Troppo il divario tra quel pazzo genialoide dei tamburi e il figlio del Beatle. La sua prestazione è comunque onestissima, e senz'altro non gli si può rimproverare niente.
A questo punto il fattaccio: la pioggerellina caduta fino al momento si trasforma improvvisamente in un violento rovescio. “It was supposed to rain on you, not on me, ahahah” dichiara perfido Pete, abbandonando il palco e facendo il segno di aspettare 5 minuti, mentre gli inservienti si affrettano a coprire tutti gli strumenti.
I più fortunati (si fa per dire), trovano rifugio nell'interno delle entrate dell'Arena, ma l'impeto dell'acqua fa inzuppare anche nei pochi secondi della fuga. Nonostante l'interruzione, si mantiene ancora un moderato ottimismo. Mentre ci si asciuga passano le hostess assicurando che una volta finito l'acquazzone, il concerto riprenderà.
Ed effettivamente è così, dopo mezz'ora abbondante la pioggia si fa di nuovo sottile, la gente torna ai suoi posti e il palco è di nuovo allestito. Rientra la band. Roger, dopo aver applaudito al pubblico per la pazienza, imbraccia l'acustica. Parte Behind Blue Eyes, ma la voce di Daltrey è irriconoscibile, tanto è stonata. Infatti dopo pochi secondi si ferma. “I can't go on” e esce dal palco, Pete lo insegue. I due confabulano, Roger si sbraccia, furioso, e se ne va. L'arena intera fischia e di certo non aiuta.
Tale Roberto accompagna di nuovo Townshend sul palco e gli fa da traduttore, anche se tutti quanti capiamo benissimo parole pesanti come macigni: “La voce di Roger è andata, in queste condizioni siamo spiacenti ma il concerto non può continuare. Se volete posso suonarvi qualcosa io”. E' il momento di maggior sconforto. Siamo fradici, infreddoliti, abbiamo pagato cifre spropositate, ed è già tutto finito?
Scatta quindi la svolta, Townshend ha un impeto d'orgoglio, dopotutto gli Who sono cosa sua. “Give me ten minutes”. Detto fatto, dopo poco rientrano tutti quanti: Daltrey dice che proverà a continuare, ma col nostro aiuto. E' quello che volevamo.
La palla passa quindi completamente in mano a Pete, che praticamente diventa il primo cantante. E' grazie al suo infinito carisma che il concerto riprende per durare ancora un'oretta e mezza abbondante. Finalmente. Spiccano le esecuzioni energiche di Eminence Front e Magic Bus. Lo stesso Daltrey, rinfrancato, riprende a cantare, e canta egregiamente, per lo stato della sua voce, pezzi storici come Pinball Wizard e The real me.
Townshend dilata oltremodo le canzoni, cimentandosi in grandi assoli e performance di godimento assoluto, quasi a volersi far perdonare per tutte le grane capitate. E canta con particolare trasporto, soprattutto The kids are alright, molto diversa dall'originale, ma emotivamente intensa e smaccatamente piaciona verso tutti i ragazzini (tantissimi) presenti. Senza dubbio non è il concerto tecnicamente più riuscito della storia, ma non importa. Stasera è il cuore che conta, e di quello ce n'è tantissimo, roba che tanti gruppi di oggi che si definiscono rock cercano di fingere, ma non sapranno mai cosa sia.
E quando si arriva ai pezzi epici, nessuno più ricorda le tante sfighe occorse in serata. Daltrey lo sa, e in queste occasioni lascia perdere la sua raucedine, e dà tutto se stesso, senza risparmiarsi. E noi lo premiamo. Durante Baba O'Riley personalmente non sono solo le gocce di pioggia a scendermi sul viso, mentre con My Generation e la conclusiva Won't Get Fooled Again è solo esaltazione, e verso la fine di quest'ultima tutti a chiederci se Roger proverà l'acuto finale.
Lo prova. E viene giù tutto. Perchè, ok, ci sono stati l'attesa, i soldi spesi, l'acqua, la voce andata, i mille e più intoppi che potevano accanirsi su di noi, ma in fondo quanto valgono di fronte a Townshend che si gasa più volte roteando il braccio e fendendo la sua chitarra, scrivendo la leggenda? Quanto valgono di fronte a Daltrey che urla “Why don't you f-f-f-f-fffade away?”? Quanto valgono di fronte al giro immortale di sintetizzatore di Baba O'Riley? Quanto valgono di fronte all'immagine di Townshend e Daltrey che si abbracciano sinceramente a fine concerto? Niente, assolutamente niente.
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Alla Ricerca della Juve
Ultima modifica di Thom Yorke; 14-06-2007 alle 17:07:04
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