La Terra è in pericolo
(...) Noi - tutti noi - ci troviamo ora di fronte a una minaccia universale, che non proviene da un altro mondo, ma che è, cionondimeno, di portata cosmica.
Compariamo due pianeti del nostro sistema solare, la Terra e Venere: i due corpi celesti hanno dimensioni quasi identiche, e un quantitativo di carbonio quasi identico. La differenza è che sulla Terra la maggioranza di questo carbonio si trova sottoterra, depositato da varie forme di vita nel corso degli ultimi 600 milioni di anni, mentre su Venere la maggioranza del carbonio si trova nell'atmosfera.
Il risultato è che mentre sulla Terra la temperatura media equivale a un gradevolissimo 15 gradi centigradi, su Venere lo stesso parametro schizza fino a 464. Certo, Venere è più vicina al Sole, ma la colpa non è del nostro astro: Venere è mediamente tre volte più calda di Mercurio, che è il pianeta più vicino al Sole in assoluto. La colpa è dell'anidride carbonica (...).
AL GORE
Copyright New York
Times / La Repubblica
(Traduzione di Fabio Galimberti)
http://www.repubblica.it/2007/07/sez...e/al-gore.html
"Rischiamo la fine di Venere"
Rubbia: un disastro scatenato miliardi di anni fa dall’effetto serra
La vita sulla Terra è determinata dal delicato equilibrio energetico tra l’energia radiante proveniente dal Sole e quella riemessa nello spazio esterno.
Venere e Marte, come la Terra, sono pianeti a distanze dal Sole tali che la vita sarebbe stata teoricamente permessa (si trovano nella cosiddetta «cintura della vita»). Oggi in realtà Marte è troppo freddo in quanto la sua atmosfera è virtualmente assente. Venere, molto simile alla Terra in dimensioni, gravità e composizione, è invece coperta da uno strato opaco di CO2 a 90 atmosfere - pari alla pressione a quasi 1 km di profondità nell’oceano - che genera un enorme effetto serra con una temperatura media di più di 400 gradi centigradi. Si pensa che miliardi di anni fa l’atmosfera di Venere fosse più o meno quella della Terra di oggi, con vaste quantità di acqua allo stato liquido. Ma l’acqua poi evaporò, a causa dell’amplificazione progressiva degli effetti serra. Venere è quindi un evento cosmico su cui dobbiamo riflettere, a seguito delle conseguenze dovute a cambiamenti climatici estremi di origine naturale.
Nel caso fortunato della Terra un moderato ma consistente effetto serra, soprattutto generato dal vapore acqueo, ha spostato la temperatura media dell’era pre-industriale a +15 gradi centigradi dagli originali -15 gradi centigradi senza effetto serra, con i quali la vita sarebbe oggi estremamente difficile.
La concentrazione atmosferica di CO2 è stata il risultato di centinaia di milioni di anni durante i quali si è progressivamente ridotta al noto livello pre-industriale di 280 ppm (parti per milione), grazie alla creazione dei combustibili fossili di origine biologica. L’Homo Sapiens è apparso meno di un milione di anni fa. Grazie ad una straordinaria stabilità climatica degli ultimi millenni, l’uomo si è potuto sviluppare, progredendo in numero e qualità della vita fino alla società industriale moderna. Ma oggi, soprattutto a causa delle emissioni di fossili degli ultimi decenni, l’equilibrio ambientale si è rotto pesantemente.
Perseguendo la linea «business as usual», in meno di un secolo saremo ritornati alla situazione dell’atmosfera planetaria pre-carbonifera di centinaia di milioni di anni fa. Nel passato la Terra ha periodicamente sofferto glaciazioni, con conseguenti immensi cambiamenti climatici e la maggioranza dell’Europa è stata coperta da ghiacci: ebbene, tutto ciò è dovuto ad una riduzione di soli -5 gradi dell’effetto serra. Stiamo procedendo verso un cambiamento analogo, ma di segno contrario: questi cambiamenti non possono non essere né trascurati né ignorati.
Prima dell’esplosione dei consumi, e cioè prima che le attività industriali avessero cominciato a fare inclinare l’ago della bilancia, il ciclo del carbone era «chiuso», e cioè persistevano condizioni di equilibrio tra emissioni e assorbimento. Ma nell’ultimo decennio le emissioni di CO2 sono state di ben 230 mila miliardi di tonnellate, delle quali 120 mila miliardi come eccesso emesso nell’atmosfera, oltre i 110 mila miliardi di tonnellate assorbibili dagli oceani, dalla vegetazione e dalle foreste. Senza alcun dubbio questo eccesso di CO2, se continuato nei secoli a venire, modificherà il clima della Terra in modi che causeranno un impatto di enormi dimensioni per ogni forma di organismo vivente, animale e vegetale.
Le riserve stimate dei fossili presenti nella crosta terrestre, se bruciate interamente, rappresentano una quantità dell’ordine di 20 milioni di miliardi di tonnellate di CO2 nel caso del carbone e di circa un decimo di tale cifra per il petrolio ed il gas. Le riserve di carbone potrebbero divenire due o tre volte più grandi qualora fossero bruciate anche altre forme meno nobili di combustibile. Ad oggi, le emissioni annue di CO2 raggiungono i 25 mila miliardi di tonnellate. Le autorevoli previsioni della IEA (International Energy Agency) indicano un raddoppio dei consumi dei fossili per il 2030, soprattutto a causa dei nuovi Paesi emergenti. Senza dubbio, le nuove tecnologie permetteranno nuove forme di energia più accettabili per l’ambiente, soprattutto nei Paesi avanzati. Ciononostante si continuerà a bruciare fossili ancora per molto tempo, specialmente in quelle parti del pianeta dove i cambiamenti dello sviluppo tecnologico saranno i più modesti.
Una grande varietà di modelli, che prevedono il progressivo utilizzo dei fossili fino al loro esaurimento, mostrano che il massimo della CO2 è prevedibile tra 400 e 800 anni da oggi, con un’incredibile concentrazione di CO2, pari a circa quattro volte quella attuale. E’ quindi estremamente urgente che ci si avvii ad una decisione a livello globale che preveda riduzioni di CO2 ben più grandi di quelle stabilite dal Protocollo di Kyoto. La proposta dell’UE, sostenuta fortemente dai governi europei, è assolutamente necessaria e implica riduzioni planetarie delle emissioni entro il 2050 dell’ordine di almeno un fattore 2 rispetto ad oggi.
Come conciliare questi obiettivi, se confrontati con le predizioni della IEA, «business as usual», che invece prevedono il raddoppio della CO2 entro il 2030? Quantunque l’UE sia senza alcun dubbio nel giusto, va tuttavia ricordato che consumiamo solo il 14% dell’energia primaria, il resto essendo proveniente dagli altri Paesi avanzati del G8 (USA, Canada, Giappone ecc.) e soprattutto dai Paesi emergenti (Cina, India ecc.), che stanno per divenire i più grandi emettitori di CO2. Ad oggi né gli uni né gli altri sembrano rendersi ancora pienamente conto del problema. A questi governanti di oggi andrebbe ricordata la saggia frase di Machiavelli che invitava il Principe ad intervenire per tempo: «Il che non è dato se non a uno prudente, e’ mali che nascono in quello si guariscono presto; ma quando, per non li avere conosciuti, si lasciano crescere in modo che ognuno li conosce, non vi è più rimedio».
Se la diagnosi è perfettamente chiara, ben più difficile è la terapia, se si pensa che nel 2050, in due sole generazioni da oggi, ci saranno sulla Terra 9 miliardi di individui e che le loro emissioni di CO2 non tarderanno ad imporsi come una minaccia maggiore per il futuro dell’umanità. E certamente pesano dei seri dubbi sulla capacità degli Stati e delle collettività di organizzarsi e del mercato di adattarsi in una così corta tabella dei tempi ad un così enorme cambiamento, dettato dalla necessità della progressiva eliminazione della combustione dei fossili e principalmente del carbone. Sarà quindi indispensabile pianificare con molta attenzione scenari a lungo termine, sostenendo le nuove tecnologie più innovative ed efficaci, con un reale impegno nella valutazione dei costi e dei benefici del futuro mix energetico.
Dobbiamo dunque essere solidali con Angela Merkel e la presidenza tedesca per la coraggiosa scelta dell’Agenda Europea sulle priorità mondiali. Nel campo delle nuove sorgenti di energia l’Europa, con tedeschi, olandesi e spagnoli in testa, ha acquisito un’importante vantaggio tecnologico, che sarà della più grande importanza economica e di «leadership», quando, presto o tardi, anche i capi di Stato più restii a riconoscere le minacce legate al degrado dell’ambiente si saranno finalmente risvegliati all’evidenza.
6 giugno 2007
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tm...3&sezione=News
Ennesima propaganda o c' è qualcosa di vero?